Arlecchino non gioca più ora è stanco e rassegnato

di Maria Grazia Gregori (delTeatro.it * 16 ottobre 2018)

Arlecchino servitore di due padroni

L’allestimento diretto da Valerio Binasco del celebre testo goldoniano assomiglia a un adattamento ma conserva tutti i contenuti dell’originale. Arlecchino ha però il piglio forte e terragno di Natalino Balasso, perfettamente in sintonia con la regia, con i piedi ben piantati per terra.

E’ tornato Arlecchino ma senza il costume dalle pezze multicolori, senza volteggi spericolati, senza maschera, soprattutto senza commedia dell’arte. L’Arlecchino di Valerio Binasco è si quello di Carlo Goldoni, ma senza l’accentuazione delle parlate dialettali. Certo si svolge in una scena settecentesca che le ariose quinte dipinte d’azzurro cambiando a vista suggeriscono i luoghi (Guido Fiorato) ma personaggi che la abitano e che ci soffrono e vivono non hanno le stigmate di quel secolo; a partire dal protagonista che sembra un fattore scalcagnato e affaccendato dell’Ottocento e via via ciò vale per tutti i personaggi, dagli innamorati giovani alla coppia degli innamorati che si disperano nell’impossibilità (sembrerebbe) di non ritrovarsi più agli adulti che portano sì il nome di Pantalone e di Dottore e la loro parlata, però, non sembra quella del loro dialetto salvo rare uscite e anche il loro abito potrebbe essere quasi contemporaneo. Sono dunque dei borghesi che si affannano per la loro vita, per il loro denaro in deposito e per far fare quel che si dice un buon matrimonio ai loro figli. Insomma si ha quasi l’impressione che Binasco avesse almeno per un momento pensato ad un adattamento, come fece, per esempio, qualche anno fa Antonio Latella.
Certo anche qui si soffre, si ama, si vieta, si comanda fra i borghesi padroni ma tutto viene come filtrato dallo sguardo dei servi, primo fra tutti quello di Arlecchino. Del resto l’idea, la regia, nasce e poggia sulla scelta di questo Arlecchino, qui interpretato in sintonia perfetta con la regia da Natalino Balasso che ha i piedi ben piantati per terra, forte e terragno, che non gira di qua e di là come una trottola, ma osserva i signori che serve (ne serve, come ben si sa, addirittura due, usando anche il nome di Pasquale) con una certa saggezza, quasi compatendoli per il loro comportamento che gli è talvolta incomprensibile e intanto rimugina fra sé e sé sul loro modo di agire, di essere, di vivere. Non ha certamente la forza di essere la coscienza critica del loro essere, ma li osserva attentamente quasi dicesse “xe mati perché xe sori”. Questo sguardo, questa cosa “altra” che mi è sembrato di cogliere, mi ha colpito nella regia di Binasco, che del resto ha curato molto i mezzi toni, le riflessioni di Natalino Balasso che ce ne ha dato un approccio nuovo.

Fra pranzi, pianti, strilli, rifiuti, prove d’amore offerte da Silvio (Denis Fasolo) e Clarice (Elena Gigliotti), con lei che non vuole accettare di sposarsi con il suo innamorato torinese improvvisamente redivivo mentre invece si tratta della sorella di lui che cerca anche lei il suo innamorato, la storia, come si sa, raggiunge poi il suo scioglimento dove tutti, compreso Arlecchino, trovano la loro metà fuorché i vecchi, che vorrebbero trovarla anche loro. Ecco, i vecchi: in fin dei conti sembra che i protagonisti di tutta la storia e la baraonda che ne consegue siano proprio loro, a cominciare da quel sornione di Pantalone interpretato da Michele Di Mauro che il Dottore di Fabrizio Contri vorrebbe eguagliare ma pauroso com’è non ce la fa e così pure il suo figlio Silvio. E c’è anche la serva Smeraldina (Marta Cortellazzo Wiel) che spasima per Arlecchino, confondendolo ovviamente con il alter ego Pasquale. Ma l’agnizione più trendy Binasco la riserva ai due altri innamorati che si erano perduti e ritrovati, Florindo (Gianmaria Martini) e Beatrice (Elisabetta Mazzullo) con grandi abbracci e assalti sul letto di lui e viceversa. E’ in questi momenti ma anche per come il regista ha voluto tratteggiare il personaggio di Arlecchino che avrei voluto che Binasco osasse di più. Ma lo spettacolo scivola sicuro e leggero fra gli applausi e va bene così.