Balasso assessore ai “schei” ride del Veneto rapace

Applausi per l’attore rodigino in scena anche in veste di regista e autore “La cativissima” è al Teatro Goldoni fino a domenica. Dopo arriverà a Padova

di Nicolò Menniti Ippolito (La Nuova Venezia * 30/10/2015)
VENEZIA

Ha ragione Natalino Balasso quando al termine della prima al Goldoni di Venezia chiama vicino a se Massimo Ongaro, il direttore dello Stabile del Veneto, dicendo: “Abbi il coraggio delle tue scelte”. Lo dice ridendo, perché la prima è andata bene, perché il pubblico ha riso e applaude, ma certamente questa “La cativissima. Epopea di Toni Sartana” è una scommessa difficile. Lo spettacolo, in scena al Goldoni fino a domenica e la settimana prossima al Verdi di Padova, inaugura non solo la nuova stagione, ma anche la nuova gestione dello Stabile, diventato Teatro Nazionale. E invece di andare sul sicuro, Massimo Ongaro ha scelto una novità assoluta, che poteva anche scandalizzare (e forse in parte lo ha fatto) il pubblico tradizionale del Goldoni. Perchè, certo, Natalino Balasso è personaggio conosciuto, amato dal pubblico, ma in questo caso indossa non la veste del comico, ma quella dell’autore, del regista, dell’interprete di una commedia complessa, che dura più di due ore, provocatoria, molto contemporanea nonostante la lente deformante del grottesco, o per meglio dire della comicità nera e apocalittica che contraddistingue Balasso.
“La cativissima” parte da un testo molto amato, ma anche molto contestato nel teatro novecentesco, come l’ “Ubu roi” di Alfred Jarry. Non è una riscrittura, non è un’attualizzazione, se si vuole la distanza è anche notevole, ma il legame c’è, è forte, e conta. Toni Sartana, il personaggio centrale di “La cativissima” e dell’intera trilogia di cui il testo fa parte, è come Ubu un violento e un fanciullone, crudele aldilà di ogni limite ma anche assolutamente inconsapevole. E’ estremo in tutto, nelle imprecazioni come nei progetti. Balasso ha trasferito il personaggio da una Polonia di fantasia a una regione Serenissima, che certo è il Veneto, ma potrebbe anche non esserlo: perché l’ascesa di Sartana per diventare assessore ai “schei”, poi assessore unico, poi invasore della vicina regione Furla è, aldilà dei paradossali eccessi, quella di qualsiasi uomo di potere, anche se non per tutti il sogno fondamentale è avere casa a Jesolo e Asiago. Nella vicenda entrano poi ultrà di “Dominanza rodigina”, il sogno di presentare “Miss Consorzio”, i rifiuti e le rapine in villa, la manipolazione mediatica con giornalisti cloni e cloni giornalisti, un intero mondo dominato dalla rapacità cui tutto è asservito.
Balasso racconta tutto questo con la sua comicità e con la sua lingua: quel suo veneto di terra di grande efficacia, cui si affiancano in questo caso altri accenti, quelli di una serie di attori veneti (Stefano Scandaletti, Andrea Pennacchi, Marta Dalla Via, Silvia Piovan, Francesca Botti) che ben si integrano in una dimensione teatrale che sembra evocare in qualche modo anche a quella dei cartoon, perché i tratti dei personaggi sono tutti marcati, deformati, uni-dimensionali. Toni Sartana e i suoi compagni di avventura sono un po’ come i Simpson o i Griffin: tanto più veri quanto più lontani dalla verosomiglianza. Non a caso si muovono in una scena minimalista ma plasmabile, una sorta di sfondo che si presta a tutte le soluzioni. Si ride, ovviamente. La sensazione è anche che si riderà di più quando i meccanismi saranno più oliati e la sintonia col pubblico più immediata. E poi però c’è anche quel senso di un mondo irrimediabilmente devastato dalla sete di potere, denaro, piacere, grazie alla quale i Sartana della situazione, col loro nome da pistolero, sopravvivono sempre.