DELUSIONIST recensione MilanoinScena

di Laura Santini (MILANO IN SCENA a cura di HYSTRIO * dicembre 2017)

Tre livelli narrativi per una raffinata drammaturgia comica a quattro mani, quella di Balasso/Dalla Via. Inventa, conia, trasforma il dire lavorando sulle possibilità del linguaggio e usa William Shakespeare come modello. L’apertura è affidata a una maschera: giocosa e umile, un po’ coro ma, soprattutto, serva di scena, parla una lingua inventata, riconoscibile e al contempo estranea, né dialetto né italiano; attentamente manipolate le parole, sia nella forma che nella pronuncia; precisamente ripensate grammatica e sintassi.
La commedia vera e propria – secondo livello – ci porta nell’ufficio di una piccola casa farmaceutica: un imprenditore del nord est italiano, Vito Cosmaj (Natalino Balasso), e la sua segretaria (Marta Dalla Via) definiscono gli ultimi aspetti per il lancio di una nuova pillola contro il sonno non plus ultra di un iperattivismo imperante. In origine The illusionist, la pillola finisce per chiamarsi Delusionist: madornale malinteso nato sullo scarsissimo inglese del capo, ora difetto d’origine di una campagna pubblicitaria destinata all’insuccesso.
Terzo livello narrativo: Balasso e Dalla Via nei panni di se stessi – artisti ingaggiati per risolvere il dilemma del promo – smontano il senso stesso dello spettacolo. Discutono di come arte e genio d’artista possano o meno essere asserviti a biechi scopi commerciali, specie per un prodotto che snatura l’essenza stessa dell’umano, agendo sulla mente con effetti collaterali tragicomicamente definitivi: chi assume il farmaco si libera della propria materia cerebrale defecando. Tanto ragiona questo fool – un po’ beckettiano – sul senso del palcoscenico, oggetti di scena, attori e pubblico; tanto sragionano i due prototipi di professionalità nel loro de-mente fare quotidiano. Tanto la conversazione slitta su mille malintesi, sfoggi di presunzione; tanto il dire del giullare si configura come formula che definisce, rende chiaro e va al nocciolo delle cose – con modestia e i mezzi della retorica classica (il cleuasmo, ovvero l’atto dell’oratore di sminuirsi, cercando così, con una professione di umiltà, di attirarsi le simpatie dell’uditorio) attirando così la simpatia dell’audience.
È l’immaginazione il tema: quella del pubblico, luogo dove avviene il teatro – dice il fool il cui costume marcato da un collare di plastica a imbuto da cane è rivisitazione buffonesca e ulteriore ironico omaggio al teatro elisabettiano. Guardando al nostro tempo che non prevede sogni né fantasie, il secondo livello narrativo punta all’omologazione, a un eterno presente che tutto spiana. Sta a chi guarda far sì che il teatro avvenga, salvaguardando la capacità stessa di evocare luoghi e contesti – un ufficio per esempio. Ma sta ancora a chi guarda osservare a fondo la dimensione ridicola e inverosimile di quel reale e svelarne l’inganno. Mai paga di ribaltamenti, questa abile scrittura monta e smonta i suoi assunti, portando lo spettacolo all’insuccesso, al disaccordo tra gli attori e all’impossibilità di andare in scena. Nessuna battuta rapida, niente sketch da cabaret, piuttosto incline a inaspettate associazioni, ma anche generoso per scherzi linguistici – pungoli a un pensiero verticale invece che a una superficiale risata – questo spettacolo rilegge gli assunti stessi della drammaturgia comica.

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