E venne il giorno in cui ad ARLECCHINO cadde la maschera…

di Roberto Canavesi (Teatroteatro.it * 12/10/2018)

Visto al Teatro Carignano di Torino giovedì 11 ottobre 2018di Carlo Goldoni
con Natalino Balasso, Fabrizio Contri, Marta Cortellazzo Wiel, Michele Di Mauro, Lucio De Francesco, Denis Fasolo, Elena Gigliotti, Gianmaria Martini, Elisabetta Mazzullo, Ivan Zerbinati regia Valerio Binasco; scene Guido Fiorato; costumi Sandra Cardini; luci Pasquale Mari; musiche Arturo Annecchino
regista assistente Simone Luglio; assistente scene Anna Varaldo; assistente costumi Chiara Lanzillotta
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale con il sostegno di Fondazione CRTI classici a teatro sono tali perché in grado di resistere al trascorrere del tempo ed a tutti i tentativi di rivisitazione cui, non di rado, vengono sottoposti da coraggiosi, ed a tratti incauti, addetti ai lavori: tuttavia in alcune occasioni l’intelligenza dell’uomo moderno, leggasi regista, trova il giusto equilibrio con il genio dell’uomo classico, leggasi autore, dando vita a riletture tanto originali quanto rispettose del modello di partenza.
E’ questo il caso dell’Arlecchino servitore di due padroni che Valerio Binasco dirige, e lo Stabile di Torino produce, per l’inaugurazione della nuova stagione, la prima sotto la sua consulenza artistica: lontano dai classici cliché rappresentativi che ne hanno resa eterna la figura, l’Arlecchino di Binasco è spettacolo “disidratato” dal suo stesso autore, strappato dall’originario contesto di maschere, improvvisazioni e costumi colorati per trovar casa in un’ambientazione neorealista, scene mobili di Guido Fiorato e costumi di Sandra Cardini, tanto vicina alle pellicole di Vittorio De Sica e Pietro Germi. Operazione ardita, penseranno alcuni, in realtà mirata, crediamo noi, al far emergere in tutto e per tutto l’essenza di personaggi che la tradizione ha sempre voluto coperti da maschere: a ben vedere, infatti, l’apparente astrazione ha il grande pregio di portare in scena i caratteri nella loro disarmante e comica condizione umana. Tanto il protagonista, quanto la comunità a lui intorno, nelle quasi tre ore di spettacolo sono innanzitutto uomini e donne che trasudano di un’umanità a tratti meschina ed egoista, vedasi Pantalone ed il Dottore più attenti alla tutela dei propri affari che ai sentimenti dei figli, a tratti più ingenua e candida se letta nel gioco di coppie che lega Silvio e Clarice, Florindo e Beatrice, Arlecchino e Smeraldina.
Un impianto così immaginato, ora commedia drammatica ora dramma comico, necessita giocoforza di interpreti capaci di reggerne l’impalcatura, di essere innanzitutto vivi e credibili ritratti di un’Italia, non così lontana, attraversata da sentimenti genuini e cultura popolare: un mondo al cui interno Natalino Balasso convince e diverte con il suo Arlecchino impacciato e pasticcione, creatura attanagliata da un’atavica fame e costretta a continue acrobazie per soddisfare i bisogni dei suoi due padroni, senza alla fine rassicurarci di aver ottenuto il definitivo perdono per le sue diavolerie. Al pari degli altri servitori impegnato in un percorso di riscatto economico e sociale, l’Arlecchino di Balasso abbandona il costume a rombi colorati per pagare a forza di cinghiate il tentativo di una rinascita che lo veda affrancarsi dallo status di eterna precarietà.
Insieme a lui dividono il successo finale il Dottore di un nevrotico Fabrizio Contri, mentre più di una citazione merita l’eccellente Pantalone a due volti di Michele Di Mauro; mercante attento e scrupoloso nella contabilità dei suoi affari, genitore sbrigativo e manesco verso la figlia Clarice, una sognatrice Elena Gigliotti, di cui arriva a fare e disfare le agognate nozze con l’irruento Silvio di Denis Fasolo. Ed ancora, a reggere il gioco di false identità alla fine svelate, la Beatrice en travesti di Elisabetta Mazzullo, il Florindo “old style” di Gianmaria Martini, i camerieri Lucio De Francesco ed Ivan Zerbinati e la lacrimosa ed ingenua Smeraldina di Marta Cortellazzo Wiel, piacevolissima incarnazione dell’amore più puro e genuino: interpreti a lungo applauditi, tessere di un mosaico dai contorni ora comici, ora drammatici, ed al tempo stesso istantanea di una piccola borghesia nelle cui grottesche deformazioni lo spettatore di oggi non fatica a ritrovarsi.