Goldoni, sembra oggi

‘I due gemelli veneziani’, stasera al Teatro di Locarno e domani in quello di Chiasso

Intervista a Natalino Balasso, che ha riscritto la storia di Tonino e Zanetto trasportandola dal Settecento agli anni 70

di Ilvo Silvestro (La Regione Ticino * 24/10/2019)

Il saggio e spavaldo Tonino e il ridicolo e sciocco Zanetto, ovvero “I due gemelli veneziani della commedia di Carlo Goldoni, trasportati dal Settecento agli anni Settanta del Novecento sono diventati un fascinoso criminale in fuga (il primo) e un cantante in cerca di fortuna (il secondo). Si deve a Natalino Balasso, su commissione del regista e attore Jurij Ferrini, questo libero adattamento dell’opera goldoniana che ha aperto ieri la 29esima stagione del Teatro di Locarno e torna in scena questa sera alle 20.30; domani, nuova rappresentazione al Cinema Teatro di Chiasso, alla stessa ora. E’ proprio Balasso, comico-scrittore dalla satira pronta all’uso, a raccontarci di questa nuova versione, fedele all’originale per quella volontà di tutti di apparire quel che non si è, ricorrendo a menzogna e finzione.

Partirei da Goldoni: quella che ha fatto per Jurij Ferrini è una riscrittura dello spettacolo.
Sì. E’ una cosa che ho sempre detto a Jurij: se avesse dovuto affrontare Goldoni, avrebbe dovuto fare ‘I due gemelli veneziani’, perché è uno spettacolo che è una macchina comica e risalta il virtuosismo di un attore che interpreta entrambi i gemelli, uno un po’ tonto e l’altro più sveglio però manesco.

E Ferrini ha deciso di portare in scena i ‘Due gemelli’.
E mi ha chiesto di riscrivere la commedia -non più come aveva fatto con le Baruffe chiozzotte, dove avevamo soltanto tradotto. E l’ho riscritta pensando a cosa nel nostro tempo – perché il teatro deve parlare al nostro tempo, se no è archeologia, non più teatro – potesse assomigliare, o diciamo avere la stessa evocazione di quel clima raccontato da Goldoni: la crisi del mondo mercantile, la crisi dei vecchi valori familiari impostati sul padre che comandava. E ho pensato agli anni Settanta: anni di liberazione e in cui c’era questa rissosità politica e sociale. Non dimentichiamo che siamo a Verona, città che ha questa fama: Shakespeare ha ambientato lì Romeo e Giulietta che parte proprio dai litigi, dalle risse di due famiglie.

Insomma, ha ripreso quello che c’è di attuale in Goldoni.
Sì. Va detto che non è che bisogna attualizzare tanto: Goldoni è molto moderno. Parla di figli che si ribellano ai padri, donne che si ribellano agli uomini. Racconti ancora contemporanei -e visto che la nostra società ha fatto due passi indietro, credo che siamo noi che ci stiamo avvicinando a Goldoni, più che Goldoni che si avvicina a noi…

Una storia attuale e molto veneta.
Sì, il terreno è quello, ma credo che sia un terreno abbastanza universale, nel quale ci si può riconoscere anche un siciliano o un ticinese. Non dimentichiamo che la commedia volutamente è scritta tutta in italiano e oltretutto gli attori sono quasi tutti non veneti: piemontesi, alcuni lombardi… E poi siamo negli anni Settanta, quando c’erano gli scontri tra rossi e neri e la liberazione della donna che lasciava confuso l’uomo: non capiva se doveva dominare o assoggettarsi, senza riuscire a pensare di poter essere alla pari perché, appunto, proveniva da una cultura che parlava di assoggettamento.

Dall’epoca di Goldoni agli anni Settanta ai giorni nostri, non è cambiato molto…
Alcune cose vengono superate solo formalmente. Pensiamo alle notizie che arrivano di aggressioni a persone omosessuali, violenza sulle donne – cose che si pensavano superate quarant’anni fa. E dentro tutto questo ci sono i due gemelli. Uno è un cantante, vuole avere successo ma gli dicono che i suoi fan sono ragazzine, sono donne: non puoi sembrare omosessuale. E così cerca questo matrimonio combinato dalla sua casa discografica. Poi c’è l’altro gemello che fugge da un omicidio. E nella commedia abbiamo i vari personaggi che incontrano i due gemelli, con gli equivoci che possiamo immaginare: sei abituato ad avere a che fare con un sempliciotto e ti ritrovi uno sveglio e rissoso.

Com’è scrivere uno spettacolo sapendo di non dovermi portare in scena?
La frequentazione di Jurij Ferrini mi permette di scrivere agevolmente per lui.

Come se ci fosse anche lei in scena.
Sì, è davvero così. Pensare di scrivere un’opera non recitata da me non fa parte delle mie abitudini ma avendo fatto ‘Aspettando Godot’, ‘I rusteghi’, avendo ragionato sul teatro con Ferrini… so esattamente non solo come lui reciterà, ma anche come dirigerà la compagnia. E’ un lavoro più da ‘drammaturg’ che da drammaturgo puro. ‘Drammaturg’ inteso alla tedesca, dello scrittore che vive assieme alla compagnia. Come poi è successo, per un periodo, per Goldoni e anche per Shakespeare. Ed essendo molto modesto cito questi due.

Rispetto alla televisione, cosa cambia col teatro?
Mah. Innanzitutto c’è questo luogo comune che io faccio televisione, quando io in realtà per un brevissimo periodo, quindici anni fa, ho fatto un po’ di televisione, adesso mi si vede ogni tanto. Sgarbi fa più televisione di me. Io la televisione non la conosco, posso dire che è un mezzo nel quale l’attore è una piccola particella dentro una macchina molto complessa fatta soprattutto di economie, di politica dello spettacolo, di scelte avvenute altrove. L’attore arriva lì, fa una cosa ma non ha nessuna libertà di scelta. E questa è la grande differenza col teatro: anche l’attore che fa un piccolo ruolo in uno spettacolo teatrale ha una possibilità interpretativa molto più estesa rispetto a un attore anche molto famoso che va in televisione. Sei parte di un caleidoscopio che si muove un po’ come vuole lui: alla fine magari fai anche bella figura, ma perché sei un riflesso, non perché viene fuori la tua sostanza.

Domanda ormai d’obbligo ai comici: mai pensato di buttarti in politica?
Assolutamente no: non sono strutturato per farlo, mi alzo tardi, non potrei proprio. Ma al di là di quello l’espressione che hai utilizzato credo dica tutto: uno diventa famoso e poi si butta in politica, come se la politica fosse una piscina e uno che ha trovato il trampolino si butta. Ma è così, spesso: la politica si fa sempre meno sui contenuti e sempre più sulla forma. Per cui è inutile che io cerchi un politico che faticosamente negli anni diventi bravo, conosca il territorio, i cittadini, quando tutto questo lo posso fare prima prendendo uno che è già famoso. Il popolo vota solo col “mi piace/non mi piace” – io ormai sulle schede metterei proprio i simboli dei social, perché non è che voti un politico perché pensi che farà certe cose, ma perché ti piace, perché ho visto delle foto, perché è simpatico, perché si veste come me. Son già dentro il teatro, non vedo perché entrare in un altro teatrino.