LA BANCAROTTA POP E UN’ITALIA ALLA DERIVA

di Paolo Mazzucato (Alto Adige * 11/05/2019)


Solo per denaro. Cosa succede quando il denaro si installa al centro dell’esistenza? Quando le relazioni tra le persone sono determinate dalla misura del “quanto mi conviene?”. Cosa accade quando la bussola morale regolata sul campo magnetico del conto in banca indica la zona rossa, molto rossa, profondamente rossa? Lo possiamo vedere a teatro in questi giorni con “La Bancarotta”.

“La Bancarotta”, il testo di Vitaliano Trevisan concepito sull’omonimo lavoro di Carlo Goldoni e messo in scena dal TSB, è una sorta di documentario pop sulle conseguenze del disamore: per sé, per gli altri, per la comunità.
Una carrellata cinematrografica su una teoria di maschere deragliate ma tutte compiutamente concentrate sul proprio ruolo: vittime consenzienti di se stessi e senza via d’uscita, alla ricerca di una felicità fatta solo di “roba”. Un commerciante fallito, una moglie per interesse, un dipendente per disinteresse, un politico trafficone, un avvocato spregiudicato: non manca quasi nessuno. Lo spettacolo che danno di sé questi disperati frutti amari dell’abbrutimento per interesse personale si rincorrono in uno spettacolo che si tiene in equilibrio tra i toni caricaturali della farsa e quelli della tragedia, con sprazzi di umorismo nero e alcune battute che lasciano filtrare qualche raggio di luce su questo paesaggio tristo.
C’è speranza per il riscatto? Ci si può disintossicare, come tenta di fare Leandro, figlio del Pantalone Fallito, o Clarice, giovane escort che avverte confusamente un altro amore, da questa infezione? Forse solo Shakespeare ci può salvare: per sommo contrasto, sono alcune sue testuali citazioni che entrano nello spettacolo come messaggi alieni non decodificabili a offrire un appiglio a questa umanità disperata, segnavia su una strada che resta comunque insensata.
Tra tutte, la figura più inquietante di tutte è però quella di Rosetta, madre invalida di Clarice. Lei è l’unico punto saldo della commedia-tragedia: perché forse è l’unica che ha davvero scelto di incarnare la morale alla rovescia, dove solo il tornaconto conta, e le persone sono mezzi per realizzarlo. E’ l’unica che di questo codice si crede la migliore interprete, e lo usa con deliberata consapevolezza: tutti gli altri invece non sanno nemmeno che esista, questo comandamento volto al vuoto, e perciò ne sono schiavi. Rosetta è la sola che non scivola sulla grande casa incagliata che riempie ed è tutta la scena: gli altri ci stanno in piedi a fatica, sempre ad un passo dalla caduta. Lei, disabile (forse), non rischia di inciampare. Ha scelto la meccanica dell’automa. Non rischia più la sua umanità. O forse ne incarna il modello peggiore. Alla fine dello spettacolo, applausi convinti e sguardi interrogativi del pubblico: riderci sopra, grazie alla bravura degli attori, o farsi qualche scomoda domanda, grazie alla bravura degli attori? O entrambe le cose?