L’Arlecchino goldoniano secondo Binasco: l’ingegno di chi è povero e sa sopravvivere e amare

Natalino Balasso interpreta ottimamente la maschera nella commedia sul “servo di due padroni”. In tournée

di Chiara D’Ambros (Globalist * 24/02/2020)

Nessuna capriola colora l’Arlecchino di Valerio Binasco, ma pennellate registiche raffinate disegnano la vicenda del un servo protagonista dell’opera di Goldoni, portandola a una dimensione di estrema umanità. Tolte le maschere i personaggi rappresentano un commedia di miseria e intima sofferenza , stemperata dell’ironia e da una dolcezza concreta che si manifesta nei gesti e nelle parole di Arlecchino, interpretato da un fantastico Natalino Balasso. Semplice, ignorante, imbroglione per necessità, per spuntare un “toco de pan”, un pezzo di pane, in più. In dialetto veneto “l’è un toco de pan” si dice di una persona buona, così è Arlecchino/Balasso, che cerca di accontentare tutti, trovando mille scuse e menzogne per salvarsi dalla fame e dalle cinghiate dei padroni, non sempre riuscendoci.
Le stesse identiche frasi pronunciate per entrambi i padroni rafforzano l’essenza del servo, il sottoposto potrebbe servirne anche 100 padroni, sono tutti uguali, la relazione sempre la stessa, di sottomissione.

Seguendo il dipanarsi dell’intreccio, si ride talvolta con generoso affetto, talvolta a denti stretti, forse per esorcizzare quella sofferenza e povertà che Arlecchino incarna e cui cerca di sopperire con l’ingegno ingenuo di un ignorante analfabeta ma che non smette di cercare un modo per guadagnarsi quel “toco de pan” e che osa persino sperare nell’amore. Fatale l’incontro con Smeraldina. L’amore è l’unico elemento comune a nobili e servi ma per quest’ultimi sottoposto anch’esso alla decisione dei padroni. Solo se loro acconsentono, I due servi si possano sposare. Tutt’altro che agile, Arlecchino-Balasso corre goffamente da una parte all’altra incarnando tutto l’affanno di chi ce la fa a stento a tirare avanti, anche nella vita. Con timidezza chiede la mano di Smeraldina annunciandole un signore traccagnotto che la vorrebbe sposare. Quel signore è lui stesso che esce di scena da servitore e rientra presentandosi come “Signore”, forse degno anche lui di una donna?

La donna è l’altra vera protagonista di questa commedia. La condizione femminile di totale subordinazione emerge, senza forzature registiche, dai fatti che vediamo accadere in scena, Pantalone – un eccellente Michele di Mauro, che insegue la figlia con la cinghia, e concede la mano della figlia “mia fia xe vostra”, le parole di Beatrice: “Io sono una donna, non risolverà nulla”. L’amicizia che nasce tra Beatrice e Clarice, figlia di Pantalone, appena conosciuta.
Scene e cambi scena avvengono a scena aperta, secondo una grammatica teatrale ormai consolidata e spesso utilizzata, ma che qui si veste di coreografia. La macchina teatrale tra una scena e l’altra, si muove nella penombra, diventa un grande carillon, gli attori e i macchinisti danzano e portano lo spettatore con l’immaginazione nella scena successiva.
Battute, accenti, giochi di parole, doppi sensi Goldoniani fanno divertire e riflettere grazie ad una regia che libera i personaggi dal tempo settecentesco e li fa vivere in presente di tutti i tempi.

Non maschere ma esseri umani abitano la scena diretta da Binasco. Solo un affetto può rendere meno aspra l’esistenza di chi non ha nulla e restituire un pezzetto di dignità.
Nella commedia un’incursione poetica, un parco giochi con giostre di Felliniana suggestione dove Arlecchino si dichiara a Smeraldina. Lì inizia il gioco teatrale centrale di equivoci e malintesi che porteranno allo svelamento dell’inganno del travestimento di Beatrice e al gran finale. Lieto? Non si sa. Nella scena finale trovano risoluzione tutti gli inghippi che riguardano le vicende dei signori padroni ma non si sa se i padroni acconsentiranno il coronamento dell’amore dei servi, il matrimonio di Arlecchino e Smeraldina.

In scena un portale imponente che evoca un passaggio tra mondi, forse quello di ricchezza e povertà, solo apparentemente valicabile, solo se la parte più potente lo concede. Arlecchino alla fine si trova a prostrarsi non solo per “un toco de pan” ma anche per un sì, altrettanto vitale, per potersi sposare, per porte amare.
Dopo il teatro Argentina di Roma, lo spettacolo prosegue la tournée.