L’ironia di Balasso scuote e conquista

IL MONOLOGO. Applausi convinti nel Dis-Play gremito del Brixia Forum.
L’attore comico veneto toglie con il “Velodimaya” ipocrisie e storture di un’epoca minata dai pregiudizi. Quasi 2 ore di show irriverente senza cali di tensione.

di Davide Vitacca (BresciaOggi * 13/01/2019)

Caustico, irriverente, travolgente. Reduce dal miliare discorso di Capodanno in cui si scaglia contro gli ignoranti da tastiera e il populismo imperante, Natalino Balasso ha sferzato il Brixia Forum con una ventata pungente di satira al vetriolo.
Coltissimo nonostante sappia sfoggiare senza timori la cadenza veneta, l’attore polesano ha calcato il palcoscenico con il suo Velodimaya, cercando di sollevare quel velo di pregiudizio, sovrastima di sé e presunzione che spinge -soprattutto in tempi di anti buonismo- a credersi superiori agli altri e non accorgersi del pesante mantello che impedisce di leggere la realtà per quella che è, ovvero un cammino in salita e costellato di magre soddisfazioni.

GIACCA E CRAVATTA a suggerire un’improbabile mise istituzionale, Balasso ha iniziato a bomba con l’inconfondibile parlata “sgrammaticata” e biascicata, avventandosi contro il linguaggio della pubblicità e la logica conquista, giurando di dire “solo cose vere”.
E lo ha suonate a destra e manca: la Fifa che vieta di inquadrare belle donne durante le partite, i ristoratori che lucrano sulle festività, gli arricchiti che ostentano futilità pagate uno sproposito. Attingendo a piene mani alla cronaca locale per ironizzare sulle fighe del popolino, spingendosi ben al di là dei confini del politically correct, l’autore ha intrapreso una narrazione semiseria capace di risalire alle origini dell’umanità, per declamare l’urgenza di un teatro più vivo che mai.
Il titolo dello spettacolo è stato presto spiegato con un accenno alla filosofia di Schopenhauer, al velo evocato dall’antica filosofia indiana che simboleggia quella patina di illusioni che distolgono dalla realtà e immettono lungo la via dei sogni. Immerso in un racconto, in un film che inizia con la nascita, il divertissimo pubblico si è fatto accompagnare nel mondo del mito, riscoprendo una lettura attuale della favola del lupo e dell’agnello, cioè dalla scusa da trovare per nuocere al prossimo mantenendo una parvenza di innocenza e bontà.
Per il mattatore Balasso l’esistenza è un cammino che procede “con un preciso copione da recitare, da opporre alla scena improvvisata dei primi istanti, l’unica spontanea e che viene presto rovinata dall’incontro con quei mona dei propri genitori”.
Abilissimo a tenere alta l’attenzione per quasi due ore di show scoppiettante, Balasso si è lanciato contro le parole fuorvianti e difficili usate dalle caste per mantenere privilegi e contro le gerarchie ecclesiastiche, sventagliando le delusioni dell’infanzia. Ne è scaturito un invito a dare spazio alla creatività dei bambini, a custodire la preziosa funzione delle favole nella costruzione della personalità.
L’irriverente monologo ha riservato parecchie critiche al bigottismo religioso e all’irrazionalità di quanti parlano di fede senza conoscere i testi sacri, ironizzando su teorie creazioniste e sul catechismo. A partire dal frutto del peccato mangiato da Adamo ed Eva su suggerimento del miserrimo serpente. “E già all’epoca, pur essendo in tre, non si conosceva nemmeno il colpevole”.
Secondo Balasso la vita è un percorso intriso di credenze, e non soltanto la religione ne è il veicolo: “dagli ufologi alle scie chimiche”, la fustigazione di quanti abboccano ha colpito nel segno.
Senza concedere un attimo di pausa, il comico ha bacchettato anche la retorica del lavoro a tutti i costi, la burocrazia “braccio armato di chi detiene il potere a suon di scartoffie”. Alla fine sono stati applausi più che meritati, e la consapevolezza di essersi sottoposti a un’iniezione di pura comicità, a volte grottesca e spiazzante ma pur sempre illuminante, fondamentale tanto per la pancia e quanto per lo spirito.