Liberanos, poesia, dramma e divertimento alla ribalta

Il Secolo XIX – 27 Gennaio 2006
“Libera nos”: poesia, dramma e divertimento alla ribalta
di: Raffaella Grassi

L’infanzia è un paese dove si parla il dialetto, si va in bicicletta, si gioca a dama con i sassi, le bambine si chiamano “le capre” e soprattutto si fanno un sacco di “atimpùri” che poi la cosa più divertente è anche confessarli al prete che chiede e indaga, e allora gli “atimpuri” si moltiplicano, si ingrandiscono si gonfiano, diventano parole che si rincorrono a perdifiato in una filastrocca di pura e gioiosa irriverenza.
Che bello lo spettacolo in scena al Teatro dell’Archivolto fino a domani, “Libera Nos” con Natalino Balasso e Mirko Artuso, regia di Gabriele Vacis, tratto dal romanzo di Luigi Meneghello e produzione del Teatro STabile di Torino. Divertente, drammatico, poetico, ricchissimo nella sua teatralissima semplicità. Fatto di un doppio velo bianco che delimita la “stanza della memoria”, dove due bambini, il capobanda Cicana e il suo seguace Loba, giocano, bisticciano, si sfidano, fantasticano, scoprono sesso e religione, fanno braccio di ferro, si masturbano in mezzo ai campi facendo gare di tre tipi “velocità in linea e a cronometro”, e poi raccontano in una lingua a tante dimensioni che mescolano italiano, italiano-veneto, e veneto-veneto a seconda dell’argomento della storia e dell’umore. Una lingua senza paletti che regge addirittura una iperbolica gara di bestemmie vinta dal Cicana a suon di 371 (esilaranti) epiteti, in una litania infinita che acquista piano piano tanta dolcezza da trasformarsi paradossalmente in una lauda da lungo applauso a scena aperta.
Teatro di narrazione pura questo di Vacis- Balasso –Artuso in un testo già portato sulle scene quindici anni fa da Marco Paolini, un teatro in cui la èparola è così piena da materializzare stanze, case, chiese, paesi, temporali, montagne, persone che entrano ed escono al solo fluttuare e girare del velo e del tempo.
La presa sul pubblico è molto forte, gli attori sono bravissimi, la regia gioca di essenzialità e colpisce nel segno, concedendosi solo proiezioni di alcuni filmati e foto d’epoca sullo schermo-velo, perfetto contrappunto del racconto raccontato. Matrimoni di paese, foto di classe di scuole di campagna, gare di ciclismo, e poi i volti in bianco e nero delle dive del cine, quella Mangano e quella Bosè che coi loro corpi turbavano le notti e i risvegli dei ragazzini, il tutto al ritmo swing di Oh mamma, voglio anch’io la fidanzata di Natalino Otto . C’è una partitura musicale in “Libera nos”, un pianoforte che segna i passaggi più lirici, poi c’è il rumore dei campi, grilli, cicale, le voci registrate di vecchie contadine venete, e ci sono anche dei silenzi, più o meno lunghi, perfetti, sempre nei momenti giusti.
Balasso e Artuso sanno toccare in profondit tutte le corde, comiche, elegiache, drammatiche, e diventano sempre meno baldanzosi e più amari mano a mano che gli anni passano e i bambini diventano ragazzi e poi uomini e parlano di politica, di donne vere, di fabbrica. Senza più purezza, senza più fantasia, in una chiusura sussurrata e sommessa, a togliere, che ha più energia emotiva di cento finali gridati.