Ridere di noi giocando coi classici

Ridere di noi giocando coi classici
di Chiara Pavan (www.saltimbanco.it)

Natalino Balasso sosta perplesso davanti ad un’esile pianticella di ulivo, un’occhiata bruciante al compagno di avventura Andrea Pennacchi, un grido gutturale che sembra un’invocazione: entrambi aspettano Godot sotto un albero, come esige il copione, ed entrambi sbeffeggiano (affettuosamente) in dialetto il teatro dell’assurdo di Beckett coi suoi due vagabondi in attesa di qualcuno – Bepi Godò – che mai verrà. Il risultato, esilarante, si condensa in un “assurdo” duetto di voci, suoni e battute straniate in veneto che esalta i meccanismi della comicità più “fisica” ma nello stesso tempo ridicolizza più sottilmente quel teatro freddo e autoreferenziale – non a caso la compagnia che porta in scena la pièce si chiama “Tirarsela con Beckett” – che si allontana dalla realtà e allontana il pubblico.
E’ uno dei pezzi forti del nuovo “Fog Theatre”, lo spettacolo che l’artista polesano porta sul palco del Gran Geox di Padova ogni martedì, dal 26 ottobre al 28 dicembre, cambiando sempre copione, gag e comicità. Biglietto d’ingresso accessibile, 15 euro, 8 euro per chi ritorna a ridere con Beckett, Ibsen, Pinter, Shakespeare, Sofocle o Euripide riproposti e rivisitati nei modi più strani, in dialetto (“così otteniamo fondi dalla regione”) o declamati a voce alta e impostata, tra personaggi surreali che vanno e vengono, suggestivi intermezzi musicali – Veronica Marchi e Patrizia Laquidara – inediti sketch video, gag divertenti sui deliri di coppia, folli lezioni d’arte di quadri che prendono improvvisamente vita.
Balasso si muove abile tra i compagni d’avventura Andrea Pennacchi (foto a destra), Marta Meneghetti, Liyu Jin e Nicolò Todeschini giocando con se stesso e il suo alter ego immaginario, Diego Pilates, uomo volgarotto e di poca “sensibilità” artistica (“rappresenta tutti noi – aveva anticipato Balasso – attori e pubblico. Alla fine scopriremo di essere nella sua mente”) che irrompe in scena, spiazzando e scardinando i meccanismi teatrali più classici delle varie compagnie che “se la tirano” di volta in volta con i classici. Eccolo nei panni di Aiace impazzito che declama davanti ad una ancora più ululante Atena, eccolo goffo calciatore della domenica mentre invade “un sacro palco” shakespeariano chiedendo indicazioni stradali ad un tormentato Re Lear scambiato per arbitro. Eccolo prete sui generis che pontifica dal pulpito contro le ingiustizie della società e del mercato globale, oppure altezzoso divo da palcoscenico che si materializza in scena avvolto in una nuvola di fumo.

Lo spettacolo procede un po’ a salti, tra gag e full immersion in divertenti bignami di pièce classiche su cui sorridere. Dopo tutto, avvertiva l’attore presentando lo show, “il teatro è l’unica forma d’arte nella quale sia gli attori che gli spettatori devono essere vivi e contemporanei”. E il suo “Fog Theatre” vuole essere vivo e contemporaneo. Per ridere di noi, del nostro modo di vivere e sentire teatro, spettacolo, esistenza. Mai come ora legati da un unico, esile filo. Che va scoperto per riattivare emozioni e cervello. E di questi tempi fa sempre bene.