Show criticamente retrospettivo con un bel siparietto finale

Teatro Sociale esaurito per “Il Servitore di due padroni” e al termine la consegna a Natalino Balasso del Premio Arlecchino d’Oro 2018

di Alberto Cattini (Gazzetta di Mantova * 21/11/2018)

Truffaldino, Goldoni chiamò il protagonista de Il servitore di due padroni nel 1745; due secoli dopo, Strehler lo volle nominare Arlecchino, e tale è rimasto fino ad oggi negli spettacoli del Piccolo che girano il mondo quali messaggeri della tradizione del teatro dell’arte. Del metamero strehleriano: per la sovrabbondanza di regia, con maschere e fuori scena, frizzi e saltelli e duelli, simulazioni di improvvisazione, recitazione turbinosa. Lontanissimo da quella maniera si è mosso lo Stabile di Torino, che per la regia di Valerio Binasco, ha riproposto la commedia di Goldoni al Teatro Sociale. Per l’occasione la Fondazione Artioli ha premiato Natalino Balasso con l’Arlecchino d’oro. Bizzarro, il suo servitore racconta a Smeraldina l’origine del soprannome Arlecchino dalle chiazze delle frustate subite. Si è tolto la maschera e la tuta multicolore, veste e recita secondo i canoni della commedia anni ’60, più “sciocco” che “astuto”, e fa pensare all’arte di Peppino, e ai vari partner stralunati di Totò, anche se nel fisico richiama il mitico Roscoe Fatty. La messa in scena di Binasco forza l’etica buonista di Goldoni, tra pannelli colorati che scendendo dall’alto definiscono gli spazi. Trasforma il mercante e il dottore in sbracati pseudo benestanti del boom economico, evidenziandone l’origine plebea, l’avidità del miglior partito sociale per i figli, e nel contempo la prontezza nel dimenticare i volgari insulti reciproci pur di ricomporre l’affare. Rimarca la frustrazione e la dabbenaggine dei giovani che tenuti sotto tutela si comportano da scellerati irosi il maschio, da infantile ragazzona che strilla e batte i piedi la femmina. Accanto a questi momenti forti, la vicenda degli amanti di Torino, divisi eppure vicini, perde un po’ di smalto (in Strehler, nell’edizione del 1987, straripavano al contrario il carisma e il fascino seducente di Jonasson, e l’irruente vocalità di Graziosi). In sipari a sé il servitore di Balasso può far risaltare la caotica irresolutezza della mente e la serietà dell’attesa degli effetti dei suoi errori, mobile nello scappare o nella gustosa rivisitazione culinaria di Napoli milionaria. Durissimo il giudizio di Binasco sulla società emergente d’allora, da cui per traversie successive sono scaturiti i parvenu d’oggi, ma nel contempo li fissa in urla e strepiti, in ipocrisie e mistificazioni domestiche, che provocano esilaranti risate. Al dunque li priva della compiaciuta conciliazione cara a Goldoni.
Accanto al Servitore, tutto funziona al meglio, i due padri di Michele Di Mauro e Fabrizio Contri, e i rispettivi figli Elena Gigliati e Denis Fasolo, ma anche la Beatrice di Elisabetta Mazzullo e il suo spasimante Martini, e non ultima la Smeraldina di Marta Cortellazzi Wiel, e il Brighella di Zerbinati. In un teatro esaurito quasi tre ore di spettacolo criticamente retrospettivo ma felicemente divertito. Da ultima la premiazione, e a sorpresa il simpatico siparietto della compagnia stipata nel palco di proscenio ad applaudire Balasso.