di Enrico Fiore (Controscena – 20/10/2024)
NAPOLI – Dopo aver pubblicato sul «Corriere del Mezzogiorno» e su questo sito un’analisi approfondita de «La grande magia» di Eduardo De Filippo, corredandola con la rievocazione dell’allestimento di quella commedia realizzato nel 1985 da Strehler, eccomi ora a commentare la rilettura del testo in parola presentata al Bellini per la regia di Gabriele Russo. Il quale, per così dire, mette subito le carte in tavola, facendoci sentire prima che lo spettacoli cominci la voce di Eduardo che spiega la genesi e i contenuti de «La grande magia», dolendosi, peraltro, delle incomprensioni che l’avevano accolta al debutto. Ma il pregio non comune dell’allestimento che mi accingo ad esaminare sta nella capacità di accoppiare la precisione filologica a un’inventiva che di continuo la rinsangua, trasferendola sul piano di un’interpretazione tanto puntuale quanto poetica della drammaturgia dispiegata nella circostanza. E un’immagine-chiave s’impone immediatamente, quella di Otto Marvuglia che fa il suo ingresso tenendo in mano un teschio. Il pensiero corre, naturalmente, ad Amleto, con la differenza, però, che nel nostro caso i dubbi non li ha il «mago», sono i dubbi che lui riconosce negli spettatori e che si prepare a neutralizzare (questo il suo vero trucco) imprigionandoli nella Forma costituita dalla scatola che consegna a Calogero Di Spelta.
D’altra parte, ricordiamo tutti la battuta («dormire, sognare forse…») che Amleto pronuncia nel corso del suo celeberrimo monologo. E infatti, la regia di Gabriele Russo conferisce alla rappresentazione proprio gli aspetti e i ritmi di un sogno. L’insieme è calato come in un acquario: luci tenui, colori pastello, movimenti lenti, musiche seriali e per l’appunto oniriche, effetti d’eco determinati dal fatto che la parte finale di talune battute viene ripetuta da un altro personaggio. E si tratta di un insieme che acquista una forza particolare in dipendenza di una perenne e sapiente sottolineatura per contrasto: vedi quella Marta che se ne sta seduta con le cosce spalancate per l’intera sequenza iniziale, a mo’ di una bagascia ritratta dal più trucido dei registi di film porno.
A questo scopo obbediscono anche i tocchi di comicità pura disseminati qua e là: a cominciare, sempre per fare un esempio, dalla Zaira, la moglie di Otto Marvuglia, che le sue ormai logore articolazioni bloccano piegata in due al momento dell’inchino per ringraziare il pubblico plaudente. E che dire, al riguardo, della Marta Di Spelta e del suo amante Mariano D’Albino che prendono accordi circa la loro fuga stando seduti sullo stesso divanetto su cui siede Calogero, stretti stretti a lui?
Si poteva rendere più icasticamente e, del pari, in maniera più divertente la cecità di quel marito di fronte al tradimento della moglie? Fa il paio, un simile accostamento fantastico di personaggi che nella realtà sono assolutamente distanti fra loro, con l’apparizione di Amelia, la giovanissima figlia del «palo» Arturo Recchia, mentre il padre ne sta piangendo la morte. Arriviamo, con ciò, al vero e proprio cardine su cui ruota, con grande sagacia, la regia di Gabriele Russo. Parlo della drastica cancellazione del naturalismo. Se nello spettacolo di Strehler era un refolo di vento che spazzava via giornali, cartacce e sabbia sulla spiaggia da «amarcord» dell’albergo Metropole, qui è uno strumento meccanico, un comunissimo soffiatore a batteria, che spazza via i fiori caduti sul pavimento. E questo ci porta dritto all’astrazione concettuale pirandelliana che presiede a «La grande magia»: con un autentico colpo d’ala, Gabriele Russo, alla fine, mette addosso a Calogero Di Spelta una vestaglia che in tutta evidenza richiama il «sajo da penitente» di Enrico IV. Tutto questo si riflette in un allestimento di notevole pregio sul piano formale, grazie soprattutto alle scene di Roberto Crea, alle luci di Pasquale Mari e alle musiche di Antonio Della Ragione. Fra gli interpreti spiccano, naturalmente, i due eccellenti protagonisti Natalino Balasso e Michele Di Mauro, nei ruoli, rispettivamente, di Calogero Di Spelta e Otto Marvuglia. Ma efficaci, al loro fianco, sono anche, fra gli altri, Sabrina Scuccimarra (Zaira) e Alice Spisa (Marta Di Spelta e Roberto Magliano). Insomma, uno spettacolo da vedere: pensato con lucidità e realizzato con creatività, come ormai capita assai raramente di riscontrare.