Brava la compagnia “acquatica”

La Provincia di Sondrio – 26 marzo 2009
Brava la compagnia “acquatica” che ben combina dramma e ironia
L’acqua come metafora della vita stessa nel bel lavoro diretto da Gabriele Vacis
di Paolo Redaelli

“Non si è mai al sicuro, in nessun posto. Quando c’è di mezzo dell’acqua”, dicono ad un certo punto rivolgendosi al pubblico i “viaggiatori di pianura”. Ed è il centro dello spettacolo, oltre che un’incontrovertibile verità: la forza dell’acqua ti viene a prendere dovunque sei, quando meno te l’aspetti. È una metafora della vita stessa, che continua a riservare sorprese anche quando sembra incanalata su binari ben precisi, monotoni.
Lo scoprono ad uno ad uno i protagonisti dei questo lavoro diretto d Gabriele Vacis (che con Paolini portò in teatro il Vajont) e da lui scritto insieme a Natalino Balasso, andato in scena martecì scorso per SondrioTeatro in una sala Don Bosco ancora quasi piena, malgrado questi tempi di crisi. Incontratisi casualmente su un treno ad alta velocità, intrecciano la loro vite tre sopravvissuti all’acqua. Chi alle inondazioni del Polesine, come Regina (una Laura Curino straordinaria nel dare vita alla figura al tempo dimessa e risoluta di una ragazza degli anni Cinquanta), chi all’uragano Katrina di New Orleans, come Cedric Lafontaine (un Balasso di travolgente simpatia, quasi un John Belushi redivivo), chi allo Tsunami in Thailandia, come l’animatore di un villaggio turistico (il giovane Christian Burruano, scoperto a sedici 16 anni da Vacis, capacità espressive e physique du role).
Parti di raccordo e il prologo sull’economia del disastro di Milton Friedman sono affidate a Liyu Jin, cinese dall’italiano senza inflessioni (complimenti!) nella parte di una studentessa universitaria che deve, appunto, discutere una tesi sull’argomento. Il viaggio è scoperta di sé, ma anche incontro tra generazioni diverse. Ad un certo punto la Jin chiede “ma cos’è un mulo?” e il coetaneo e tecnologico animatore risponde “l’icona di e-mule”. E di rimando Regina: “che diavolo è e-mule?” Replica il giovane, “un programma di file sharing per scaricare musica da Internet”. Lafontaine chiosa sornione: “lavora per tutti e non lo paga nessuno. Un mulo, praticamente”.
Il mulo Mario è del resto figura centrale nel racconto del Polesine: è per salvare dalla furia dell’acqua l’animale –che in qualità di “migliore amico” era pure stato invitato alle nozze- che lo sposo Aldo si getta dal tetto dove si erano riparati e scompare tra i flutti e dalla vita di Regina. Che riuscirà comunque a rifarsi un’esistenza, ripartendo dal caffè Pedrocchi di Padova dove, al termine di una luna notte, ordina un toast e riparte da zero. Ogni attore fa da controcanto all’altro e pure da scenografo, muovendo monitor su cui compaiono paesaggi e volti di un racconto corale. Così Lafontaine, irresistibile paino-man in uno scalcinato trio di New Orleans, scampa all’uragano aggrappandosi ad un contrabbasso galleggiante. Metafora della musica, che può salvarci anche da situaizoni in apparenza disperate.
E l’animatore che a Phi Phi Island, paradiso dei turisti, va a nuotare con le balene e trova la sua, di balena, una cicciona agile e leggera di nome Chiara che verrà portata via dallo Tsunami, interrompendo una bella storia d’amore. “Per me –commenta dopo il disastro- quei giorni passati a cercare Chiara sono comunque stati i più belli della mia vita”. Profondamente segnati da un brutto scherzo dell’esistenza, i tre ritroveranno comunque il gusto della vita andando ad accompagnare Liyu alla sua laurea, bevendosi un caffè al Pedrocchi e poi ascoltando Cedric al Delta Blues Festival di Rovigo. Per tutti, la vita ricomincia ancora, proprio nei luoghi dove sembrava finita quella di Regina. Lunghi applausi per tutta la compagnia acquatica e per un lavoro intelligente dove dramma ed ironia si combinano a perfezione.