“Diamoci una calmata sociale e fumiamoci 2 pipate di canapa in santa pace”

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LEGGI L’INTERVISTA

Speciale interviste a cura di Matteo Gracis ed Enrica Cappello
Magazine ‘Dolce Vita’ * http://www.dolcevitaonline.it/

Nella speranza di una società più serena e meno frenetica Natalino Balasso consiglia di “fumare 2 pipate
di canapa in santa pace”. L’ironia cinica e tagliente del comico di origini venete apre gli occhi
sulle barriere mentali che circondano e infl uenzano quotidianamente ognuno di noi.
Il meschino gioco della manipolazione e della creazione dei bisogni fi ttizi, tipico della nostra società dei consumi,
viene scoperchiato da Balasso che ci mette di fronte alla realtà dei fatti. Una realtà in cui l’individuo
è mera merce e di conseguenza è più facile proibire, nonostante non abbia mai portato nulla di buono,
che educare perché la conoscenza si sa è l’arma migliore (di cui tutti dovremmo munirci!).

Balasso, la risata e i drammi di ogni giorno

di Anja Rossi (Il Resto del Carlino * 29/03/2015)
FERRARA

ERA PASSATO qualche anno dall’ultimo monologo teatrale da lui scritto e poi interpretato per i teatri della Penisola. Ieri Natalino Balasso è ritornato a far ridere il teatro De Micheli con “Velodimaya”, uno spettacolo sul mondo di oggi. E’ una risata più matura, la sua, che non dimentica i lavori precedenti, ma li trasporta nella contemporaneità, nell’oggi, e parla di noi, degli uomini che vanno a teatro col tablet e si scrivono su WhatsApp. Lasciati alle spalle i miti greci di “Ercole in Polesine” e la storia anni ’30 di “La tosa e lo storione”, Balasso ci immerge nei nostri drammi quotidiani, con un “nuovo monologo che -come spiega l’attore- voleva essere anche un monologo nuovo”, un nuovo modo di raccontare il contemporaneo. Velodimaya parte infatti da un presupposto essenziale, ovvero che “la realtà è tratta da una storia vera, ma è pur sempre un racconto”. Il filosofo Arthur Schopenhauer sosteneva che ci fosse un velo di Maya che nasconde all’uomo la realtà autentica delle cose. A questo ragionamento si ricollega il comico veneto, aggiungendo un particolare alla teoria del filosofo tedesco: “ognuno di noi ha in testa un puffo che ci proietta in testa quello che vogliamo vedere e che vogliamo sentirci dire. Così apponiamo altri veli sopra alle cose, che diventano il telo sul quale proiettiamo il nostro personale film”. Allora per Balasso c’è gente che crede nel lavoro, c’è chi crede nella scienza, chi nella politica o nei media, chi perfino degli ufo. Velodimaya diventa dunque in poco tempo un lungo discorso su ciò che crediamo di sapere, mentre l’unica verità è che “le parole sono solo un vestito esteriore della nostra società, a cui ciascuno dà la propria interpretazione, convinto che sia quella giusta, e in cui i significati cambiano continuamente”. Non c’è soluzione se non quella di rendersene conto, primo atto di responsabilità. E dunque una risata che cerca di portare al pensiero, un Balasso che, senza togliere il suo noto accento veneto, sembra sempre più cosciente della forza politica e rivelatrice del teatro. Un teatro che ride della dizione, della scenografia, dei costumi, un teatro che vuole ritornare quello che era: un insieme di persone che si riuniscono in una grotta, davanti a un fuoco, mentre uno di loro inizia a raccontare. Un ritornare lupi, e non per sbranarsi l’un l’altro.

A passeggio nel mondo di Malo

La prima volta che ho visto Luigi Meneghello mi è sembrato un essere leggerissimo, non toccava quasi terra, tanto il suo passo era delicato. Mi si è avvicinato e mi ha detto, guardandomi dal basso: “Mi dicono che tu piaci ai giovani…”. Solo più tardi avrei capito che l’ironia di Meneghello non sta in quello che dice, ma in come lo dice. Solo più tardi ho capito che non mi stava affatto facendo un complimento. La frase sospesa sottintendeva un finale inaspettato: “Mi dicono che tu piaci ai giovani, mi dispiace”. Ora l’ho capito anche perchè sono d’accordo con lui: piacere ai giovani non è una cosa di cui vantarsi. È stato grazie alla frequentazione degli spettacoli di Marco Paolini, che ho cominciato ad amare il fiume impetuoso della prosa di Luigi Meneghello. Poi c’è stato un incontro, quello con Gabriele Vacis, che ha generato serate di letture con lo stesso autore veneto. Innanzitutto va detta una cosa: Meneghello può essere letto solo da Meneghello. Si ha come l’impressione che le tante e magari efficaci coloriture che i vari lettori riescono a dare alla potente scrittura dell’autore di Malo, siano quasi un peso, un impedimento al godimento pieno del testo. Poi si sente la voce esile di Meneghello e si resta incantati dalla semplicità di quei suoni, di quei significati antichi. “Libera nos a Malo”, il romanzo popolare scritto in forma colta, che in qualche modo anticipa l’Amarcord felliniano, fa innamorare di sé a prima vista, è un libro divertente, questo è certo, ma è anche un affresco che ama la deformazione del reale e proprio per questo è più veridico, un po’ come certi frangenti degli immaginifici dipinti di Bosch.

Quando si parla con Luigi Meneghello di questo testo, non si può fare a meno di notare un certo astio nei confronti del successo di questo libro presso il mondo intellettuale italiano. Ad una conferenza tenuta all’università di Torino, all’ennesima domanda sul mondo di Malo e sulla provincia del nordest e sul dopoguerra e sulla leggerezza del suo libro, Meneghello, quasi sbottando, ha risposto: “In fondo ho scritto libri migliori di quello!”. È sicuramente vero che quel che resta degli artisti, e soprattutto dei più grandi, non è mai quello che loro vorrebbero restasse, ma è anche vero che gli artisti, i più grandi, toccano le remote corde del sentimento universale quasi senza volerlo. David Lynch ha tracciato un ritratto crudele ma preciso del mestiere dell’artista: “L’artista tira una freccetta contro il muro e poi vi disegna intorno i cerchi per poter dire di aver fatto centro”. Ecco, Luigi Meneghello dà l’impressione di affrettarsi a cancellare i cerchi. Resta il fatto che la tentazione di mettere in scena un meccanismo così perfettamente funzionante è molto forte.

Non poteva sfuggirvi Paolini e non poteva sfuggirvi Vacis, un regista che ama l’arte autentica della parola scritta. Già nel 1991, anno in cui fu messo in scena per la prima volta e con successo “Libera nos” con Marco Paolini e Mirko Artuso, per la regia di Gabriele Vacis, l’immagine tracciata dalla casa inglese dell’autore vicentino negli anni ’60, che si guardava indietro di una trentina d’anni, l’immagine di un nord est rurale, bigotto e spaccone, che scollinava quasi indifferente tra le due guerre, poteva sembrare superata; s’intuiva però nel testo un fondo comune, un sentimento universale, che rendeva i giochi di quegli antichi bimbi, la loro scoperta dei paradossi della fede e del sesso, ancora fortemente attuali. Nella nuova versione dello spettacolo, sempre per la regia di Gabriele Vacis, ci siamo posti il problema di come giocare con le stesse parole 15 anni dopo. Adattando ed ampliando la parte “comica” dello spettacolo, alleggerendo un clima che nella prima versione sembrava cupo, abbiamo insistito sulla parola che narra, rinunciando a quelle parti testuali che forse affascinavano più per il loro ermetismo, tanto caro al teatro “di ricerca”, che per l’effettivo valore estetico. Come un meccanismo a molla, il testo di Meneghello assumeva profondità nella parte “tragica” finale ogni volta che veniva alleggerito nella parte iniziale. Insomma, prendevamo e spostavamo le parole, ma la forza dinamica della rappresentazione non mutava. Nonostante i vari cambiamenti, l’impianto è perciò rimasto identico a quello di 15 anni fa, proprio perchè questa è la cifra di Meneghello: la drammaticità della condizione umana raccontata col sorriso sulle labbra. Ad ogni modo, comunque lo si giri, il testo sembra acquisire vigore ad ogni messa in scena. Capita quasi ad ogni replica che qualche spettatore commenti lo spettacolo che ha appena visto affermando di avere notato nel testo allusioni ad episodi che egli stesso ha vissuto nell’infanzia; il lato incredibile di questa cosa è che gli spettatori hanno le età più svariate, possono essere anche trentenni, per lo più si tratta di spettatori che all’epoca dei fatti narrati non erano ancora nati. Il fatto è che “Libera nos a Malo” di Luigi Menghello parlava di noi prima che noi ci fossimo. Il romanzo popolare dell’autore veneto, mi fa sempre venire in mente un film (uno dei tanti di cui non ricordo il titolo) nel quale un abile alpinista scopre tra i ghiacci il corpo congelato di suo padre, che era scomparso 30 anni prima e si rende conto di avere di fronte a sé un ventenne ibernato. Ecco il paradosso: il padre dell’alpinista è più giovane del figlio. Il testo di Meneghello è più giovane di noi. Insomma, siamo di fronte a un classico. Vien quasi rabbia se si pensa che le scuole, anche e forse soprattutto quelle venete, hanno sempre tenuto ai margini un autore così fresco e vivace, così interessante, così poco convenzionale.

Natalino Balasso

Note su Velodimaya

Un nuovo monologo o un monologo nuovo?

È passato qualche anno da quando ho scritto il mio ultimo monologo per il teatro. Nel frattempo ho partecipato ad avventure teatrali di Compagnia più o meno faticose, come può essere faticoso fare teatro oggi per chi non riceve contributi statali.
Devo dire che questo nuovo lavoro è frutto di riscritture successive, come un intaglio di cui si cerca la misura. Volevo che non fosse semplicemente un nuovo monologo. Volevo che fosse un monologo nuovo.
Chi mi conosce sa che non amo scrivere in teatro pièce sulla contemporaneità. Con Ercole in Polesine raccontavo il mito greco, con La Tosa e lo Storione raccontavo una vicenda quasi vera degli anni ’30 del secolo scorso. Con L’idiota di Galilea ero tornato all’anno zero. Ho sempre trovato stucchevole la rappresentazione che i comici fanno della contemporaneità, con battutine sui politici o sul gossip giornalaro. Ho pensato però che ci fosse, perché c’è sempre stato in teatro, un modo migliore per rappresentare le nostre paure e i nostri desideri di oggi. Su questo modo migliore ho voluto indagare per scrivere un monologo che avesse senso recitare in teatro. Nel quale si ridesse, perché non appartengo a quel razzismo del pensiero che ritiene il comico inferiore al drammatico. Ma un monologo nel quale il ridere fosse una conseguenza quasi necessaria del racconto e non una finalità.
Questo monologo parte da due discorsi pubblici: il primo è il discorso che Colin Powell fece nella sede dell’Onu quando dichiarò che c’erano le prove delle armi chimiche in Iraq. Il secondo è il discorso che il presidente dell’Uruguay Pepe Mujica ha pronunciato anni dopo, in occasione di un simposio mondiale sull’ambiente e sullo sviluppo sostenibile. Mi sono sembrati due pezzi di teatro che raccontano di noi.
Ci troviamo in un giallo in cui dobbiamo improvvisarci detective per indagare con pochissime prove a disposizione. C’è qualcosa di peggiore delle menzogne: sono le false verità che ci costruiamo ogni giorno.
Questo monologo non poteva trascurare l’attenzione che si è creata attorno ai miei video su Youtube. Dieci milioni di spettatori negli ultimi quattro anni, senza nessuna forma di sostegno televisivo o radiofonico sono il risultato di un linguaggio, quel linguaggio è stato ritenuto da molti un linguaggio nuovo, una forma di comprensione del presente che può diventare strumento. Così ho voluto che fosse e così voglio che sia tagliata la comicità di questo mio monologo nuovo, intitolato VELODIMAYA.

Natalino Balasso

Biografia

Natalino Balasso, attore, comico e autore di teatro, cinema, televisione e libri.
E’ nato a Porto Tolle (Ro) il 02 dicembre 1960.
Debutta in teatro nel 1990, in televisione negli anni ’90, in cinema nel 2007 e pubblica libri dal 1993.

Teatro:
Nel 2019 recita ne La Bancarotta di Vitaliano Trevisan (da ‘La Bancarotta’ di Carlo Goldoni) per la regia di Serena Sinigaglia, produzione Teatro Stabile di Bolzano.
Nel 2019 scrive una commedia dal titolo I due gemelli (liberamente tratto da ‘I due Gemelli Veneziani’ di Carlo Goldoni) per la messa in scena di Jurij Ferrini.
Nel 2018 è protagonista dello spettacolo Arlecchino servitore di due padroni, di Carlo Goldoni per la regia di Valerio Binasco, con Fabrizio Contri, Marta Cortellazzo Wiel, Michele Di Mauro, Lucio De Francesco, Denis Fasolo, Elena Gigliotti, Gianmaria Martini, Elisabetta Mazzullo, Ivan Zerbinati. Prodotto da Teatro Stabile di Torino/Teatro Nazionale, ripreso nella stagione 2019/2020.
Nel 2017 scrive e interpreta assieme a Marta Dalla Via lo spettacolo Delusionist prodotto da Teatria srl.
Nel 2017 traduce e adatta Le Baruffe Chiozzotte di Carlo Goldoni dal veneziano all’italiano per la messa in scena di Jurij Ferrini con la produzione del Teatro Stabile di Torino/Teatro Nazionale.
Nel 2017 scrive e interpreta la seconda commedia di una trilogia dal titolo Toni Sartana e le streghe di Bagdàd (La Cativìssima capitolo II) prodotta dal Teatro Stabile Veneto/Teatro Nazionale.
Nell’ottobre 2016 debutta nello spettacolo Il Giardino dei Ciliegi, di A. Cechov per la regia di Valter Malosti, con Elena Bucci, Fausto Russo Alesi, Federica Dordei, Giovanni Anzaldo, Roberta Lanave, Piero Nuti, Gaetano Colella, Camilla Nigro, Jacopo Squizzato, Roberto Abbiati, Alessandro Conti, Eva Robin’s. Prodotto da Teatro Stabile di Torino.
Nel maggio 2016 debutta nello spettacolo Smith & Wesson, testo di Alessandro Baricco per la regia di Gabriele Vacis con Fausto Russo Alesi, Camilla Nigro, Mariella Fabbris. Prodotta dal teatro Stabile del Veneto.
Nel 2015 scrive e interpreta la prima commedia di una trilogia dal titolo La Cativìssima -Epopea di Toni Sartana prodotta dal Teatro Stabile Veneto/Teatro Nazionale.
Nel 2014 scrive e rappresenta un nuovo monologo dal titolo Velodimaya.
Nel 2013/2014 partecipa allo spettacolo Signore & Signori, tratto dall’omonimo film di Pietro Germi, la regia teatrale è di Piergiorgio Piccoli.
Nel 2012/2013 partecipa allo spettacolo Aspettando Godot, con Jurij Ferrini. Ripreso nella stagione 2013/2014.
Nel 2011/2012 rappresenta il monologo intitolato Stand Up Balasso, un’antologia che raccoglie brani dagli spettacoli degli ultimi 10 anni, lo spettacolo è tutt’ora in repertorio.
Nel 2011 scrive e rappresenta il monologo dal titolo L’idiota di Galilea per la regia di Stefania Felicioli con interventi musicali di Mario Brunello, ripreso nelle stagioni 2012/2013 e 2013/2014.
Nella stagione 2010/2011 partecipa come co-protagonista alla tournee della commedia: Rusteghi – I nemici della civiltà da Carlo Goldoni, con Eugenio Allegri e Jurij Ferrini, per la regia di Gabriele Vacis. Ripreso nella stagione teatrale 2011/2012.
Nel 2009/2010 insieme a una giovane compagnia rappresenta Fog Theatre, un happening teatrale di dieci spettacoli tutti diversi, da lui scritti e diretti, ripreso nella stagione 2010/2011.
Nel 2009/2010 partecipa come protagonista alla tournee della commedia shakespeariana La bisbetica domata con Stefania Felicioli, per la regia di Paolo Valerio e Piermario Vescovo.
Nel 2009/2010 continua a portare in teatro gli scritti di Luigi Meneghello con un reading dal titolo Meneghello Reading insieme a Mirko Artuso.
Nell’estate 2008 insieme a Massimo Cirri scrive e rappresenta l’happening Mi manda Baricco.
Nel 2008/2009 interpreta con Laura Curino, Christian Burruano e Liyu Jin, lo spettacolo Viaggiatori di pianura – Tre storie d’acqua, scritto insieme a Gabriele Vacis che ne cura la regia.
Nel 2007 scrive e rappresenta il monologo tragicomico dal titolo La tosa e lo storione, ambientato negli anni ’30 del 900 nel delta del Po. Ripreso nella stagione 2008/2009.
Nel 2005/2006 interpreta lo spettacolo dal titolo Libera nos, tratto dai testi di Luigi Meneghello, per la regia di Gabriele Vacis e successivamente ripreso nella stagione teatrale 2006/2007.
Nel 2004 scrive e rappresenta il monologo comico sulle storie del mito greco dal titolo Ercole in Polesine, in repertorio fino al 2012.
Nel 2003/2004 porta in scena con la Compagnia degli Gnorri, la commedia da lui scritta e diretta dal titolo Dammi il tuo cuore, mi serve.
Nel 2001, 2002 e 2003 Porta in tournee uno spettacolo dal titolo Il Balasciò che raccoglie sketch e monologhi scritti negli anni precedenti in seguito all’exploit televisivo del 2000.
Dal 1998 al 2000 è capocomico della Compagnia degli Gnorri e realizza il progetto di portare in teatro 8 canovacci originali, da lui scritti sullo stile di quelli della Commedia dell’Arte, attualizzando le maschere comiche classiche. La saga s’intitola L’isola degli Gnorri.
Nel 1993 Porta in teatro un monologo surreale scritto con il compianto Maurizio Grande, per la regia di Paola Galassi, dal titolo Il grande Pop corn.

Libri:
Nel 2020 esce Il Grande Libro del Scritore (a cura di Natalino Balasso).
Nel 2014 pubblica un ebook dal titolo 70 scritti brevi sulla piattaforma iBook di Apple.
Nel 2013 pubblica un libro senza distribuzione nelle librerie, intitolato Il libro del scritore che nasce dall’esperienza della omonima pagina facebook la cui pubblicazione è sostenuta dal festival letterario Pordenonelegge.
Nel 2012 pubblica un libro intitolato Dio c’è ma non esiste, una lunga intervista a Dio (ed. Editori Riuniti)
Nel 2010 esce il suo terzo romanzo dal titolo Il figlio rubato (ed. Kellermann)
Nel 2007 esce il suo secondo romanzo dal titolo Livello di guardia (ed. Mondadori).
Nel 2004 firma il suo primo romanzo dal titolo L’anno prossimo si sta a casa (ed. Mondadori)
Nel 1993 pubblica un libro di racconti intitolato Operazione Buco nell’acqua (ed. Sperling & Kupfer).

Partecipazioni cinematografiche:
2018: Lazzaro Felice, regia di Alice Rohrwacher
2014: La sedia della felicità, regia di Carlo Mazzacurati
2010: La passione, regia di Carlo Mazzacurati
2009: Generazione 1000 euro, regia di Massimo Venier
2008: Fuga dal call center, regia di Federico Rizzo
2007: La giusta distanza, regia di Carlo Mazzacurati
2007: Non pensarci, regia di Gianni Zanasi

2020: Io sono io, io non sono gli altri, primo mediometraggio di Natalino Balasso condiviso sul canale Telebalasso di youtube

Televisione e Radio:
Nel 2019 partecipa al programma satirico Stati generali di Serena Dandini su Rai 3.
Nel 2019 partecipa allo spettacolo Adrian di Adriano Celentano rappresentato al Teatro Camploy di Verona per nove serate trasmesse da Canale 5.
Nel 2015 recita nella fiction 1992, una serie sullo sfondo di Tangentopoli firmata da Giuseppe Gagliardi, in onda su Sky.
Nel 2012 il canale di Rai 5 trasmette gli spettacoli Fog Theatre e Dammi il tuo cuore, mi serve e nel 2011 lo spettacolo Ercole in Polesine.
Nel 2011 recita nella fiction Il segreto dell’acqua per la regia di Renato De Maria che vede come protagonista Riccardo Scamarcio, in onda su Rai 1 .
Nel 2009 partecipa alla trasmissione della Gialappa’s Band dal titolo Maidiregrandefratelloshow nella quale realizza una rubrica intitolata Storia minima dell’arte, in onda su Italia 1.
Nel 2006 e 2007 partecipa alla trasmissione di Radio Due Rai, Caterpillar, con Cirri e Solibello, conducendo la rubrica Mi manda Baricco nella quale recensisce libri e autori inesistenti.
Nel settembre del 2006 è ideatore e conduttore della trasmissione Mitiko, in onda su La7 che vede la partecipazione del giornalista Marco Travaglio e dell’attrice Lella Costa.
Nel 2005 recita nella fiction Padri e figli, con regia di Gianni Zanasi e Gianfranco Albano, che vede come protagonista Silvio Orlando, in onda su Canale 5.
Nel 2004 e 2005 partecipa ai programmi della Gialappa’s band Mai dire Gol etc. in onda su Italia 1.
Nell’estate del 2004 firma un suo speciale in due puntate per Italia 1, dal titolo Natalino Balasso Show.
Nel 2000 fa parte del gruppo di comici che lanceranno la trasmissione Zelig, firmata da Gino e Michele, in onda su Italia 1. Balasso lascerà il gruppo nel 2002, prima che la trasmissione trasbordi su Canale 5.

Altro:
Dal 2012 è autore e interprete di apprezzati video comici a sfondo sociale pubblicati sul canale Telebalasso di youtube.
Dal 2010 ha collaborato con il Fatto Quotidiano.it

Velodimaya

Monologo comico: scritto e interpretato da NATALINO BALASSO
Scene: Rita Scarpinato
Musiche: Nathaniel Basso
Luci & Audio: Suonovivo BG
Organizzazione: Simonetta Vacondio
Produzione/Distribuzione: TEATRIA SRL
Durata: 130′ + intervallo


Non è difficile notare che ultimamente le società occidentali sono tornate a disparità preottocentesche.
Il mito della ricchezza, l’ambizione al matrimonio e alla sistemazione da parte di molte donne, l’assenza di orizzonti non preconfezionati nella testa dei giovani, l’idea del privilegio come effetto fisiologico della gestione del bene pubblico, sono effetti molto presenti, ma che sembravano allontanarsi dalle società evolute. E non solo la sfera occidentale, anche il resto del mondo sembra vivere un’involuzione, il fatto ad esempio che le società che hanno scelto l’islamismo si rivolgano alle forme più rigide di questo pensiero del mondo, sta a significare che l’insicurezza per il futuro porta inevitabilmente al trionfo della superstizione.
Stiamo tornando all’inizio, stiamo passando dal via.
Come possiamo raccontarci tutto questo senza cedere allo sconforto? Solo il teatro può farlo, attraverso la commedia, attraverso l’arte della risata.
Velodimaya è una specie di mappa del pensiero contemporaneo, attraverso un tempo indefinito, nel vortice degli uomini e delle nazioni. Le nazioni moderne non sono nazioni, sono affari. E in tutta questa compravendita, qual’è la verità? Navighiamo attraverso il racconto dei desideri e delle paure dei nostri attuali compagni d’avventura in questo lembo di terra.
Stiamo giocando a un gioco in cui le carte sono truccate e le regole sono tutte da scoprire, è un gioco antico che, quando sembra fare un passo avanti, sta solo prendendo la rincorsa per tornare al punto di partenza.
Siamo dentro un film, ciascuno di noi recita un personaggio, chi meglio, chi peggio, ma tutti facciamo finta.
A questo punto il nostro personaggio è costretto a indagare, come fosse il detective di un film giallo, ci sono solo prove indiziarie, il quadro non è chiaro.
Visti da lontano, in questo nostro affannarci, anche nel nostro inciampare, facciamo ridere.


Note di Natalino Balasso sullo spettacolo “Velodimaya”

Un nuovo monologo o un monologo nuovo?

È passato qualche anno da quando ho scritto il mio ultimo monologo per il teatro. Nel frattempo ho partecipato ad avventure teatrali di Compagnia più o meno faticose, come può essere faticoso fare teatro oggi per chi non riceve contributi statali.
Devo dire che questo nuovo lavoro è frutto di riscritture successive, come un intaglio di cui si cerca la misura. Volevo che non fosse semplicemente un nuovo monologo. Volevo che fosse un monologo nuovo.
Chi mi conosce sa che non amo scrivere in teatro pièce sulla contemporaneità. Con Ercole in Polesine raccontavo il mito greco, con La Tosa e lo Storione raccontavo una vicenda quasi vera degli anni ’30 del secolo scorso. Con L’idiota di Galilea ero tornato all’anno zero. Ho sempre trovato stucchevole la rappresentazione che i comici fanno della contemporaneità, con battutine sui politici o sul gossip giornalaro. Ho pensato però che ci fosse, perché c’è sempre stato in teatro, un modo migliore per rappresentare le nostre paure e i nostri desideri di oggi. Su questo modo migliore ho voluto indagare per scrivere un monologo che avesse senso recitare in teatro. Nel quale si ridesse, perché non appartengo a quel razzismo del pensiero che ritiene il comico inferiore al drammatico. Ma un monologo nel quale il ridere fosse una conseguenza quasi necessaria del racconto e non una finalità.
Questo monologo parte da due discorsi pubblici: il primo è il discorso che Colin Powell fece nella sede dell’Onu quando dichiarò che c’erano le prove delle armi chimiche in Iraq. Il secondo è il discorso che il presidente dell’Uruguay Pepe Mujica ha pronunciato anni dopo, in occasione di un simposio mondiale sull’ambiente e sullo sviluppo sostenibile. Mi sono sembrati due pezzi di teatro che raccontano di noi.
Ci troviamo in un giallo in cui dobbiamo improvvisarci detective per indagare con pochissime prove a disposizione. C’è qualcosa di peggiore delle menzogne: sono le false verità che ci costruiamo ogni giorno.
Questo monologo non poteva trascurare l’attenzione che si è creata attorno ai miei video su Youtube. Dieci milioni di spettatori negli ultimi quattro anni, senza nessuna forma di sostegno televisivo o radiofonico sono il risultato di un linguaggio, quel linguaggio è stato ritenuto da molti un linguaggio nuovo, una forma di comprensione del presente che può diventare strumento. Così ho voluto che fosse e così voglio che sia tagliata la comicità di questo mio monologo nuovo, intitolato VELODIMAYA.

Natalino Balasso

Foto di Velodimaya

Rusteghi

da: I Rusteghi di Carlo Goldoni traduzione e adattamento: Gabriele Vacis e Antonia Spaliviero con: Eugenio Allegri, Mirko Artuso, Natalino Balasso, Jurij Ferrini e con: Nicola Bremer, Christian Burruano, Alessandro Marini, Daniele Marmi composizione scene, costumi, luci e scenofonia: Roberto Tarasco coproduzione: Teatro Stabile di Torino/Teatro Regionale Alessandrino regia: Gabriele …

Aspettando Godot

di Samuel Beckett copyright Editions de Minuit – Paris con NATALINO BALASSO e JURIJ FERRINI e con MICHELE SCHIANO DI COLA e ANGELO TRONCA Regia: JURIJ FERRINI Produzione/Distribuzione: Progetto U.R.T. e TEATRIA SRL Genere: PROSA Durata: 100’ (atto unico) Questo progetto di messinscena nasce dall’incontro con Natalino Balasso, durante le …